IX.  Analisi profana

pp. 342-356


Poiché l'argomento dell'analisi profana fu l'aspetto del movimento psicoanalitico che, forse ad eccezione del Verlag, tenne più occupati l'interesse e le emozioni di Freud nell'ultimo periodo della sua vita, esso merita un capitolo a parte. Il problema era connesso con un dilemma fondamentale del movimento psicoanalitico, che non è stato tuttora risolto. Fu Freud a percepire più chiaramente di tutti la natura di questo dilemma, che sarà bene esaminare prima di narrare la storia dei problemi che ne derivano. Trascurando il fatto che la psicoanalisi era sorta nel campo della psicopatologia, Freud si accorse che le scoperte che aveva fatto, e la base tecnica sulla quale aveva posto tali scoperte, sconfinavano grandemente dal campo suddetto. Per lui esse rappresentavano il fondamento di una psicologia veramente dinamica, con tutto ciò che questa conclusione porta con sé. Proprio perché sottintende una più profonda comprensione della natura umana, dei motivi e delle emozioni del genere umano, era inevitabile che la psicoanalisi si trovasse in una posizione tale da offrire validi e talvolta essenziali contributi a tutti i campi della psiche umana, e che le future ricerche avrebbero accresciuto il valore di tali contributi in misura non esattamente valutabile. Tanto per enumerarne qualcuno, citeremo lo studio dell'antropologia e del folclore; l'evoluzione storica del genere umano con le varie divergenti strade che esso prese; l'allevamento e l'educazione dei bambini; il significato delle ricerche artistiche; il vasto campo della sociologia e la valutazione più approfondita delle varie istituzioni sociali come il matrimonio, la legge, la religione e forse anche il governo dei popoli; ed infine persino i problemi, apparentemente insolubili, delle relazioni internazionali. Tutte queste infinite potenzialità sarebbero andate perdute se la psicoanalisi fosse rimasta confinata ad una piccola sezione di un capitolo sulla terapia in un trattato di psichiatria, fianco a fianco con la suggestione ipnotica, l'elettroterapia, ecc. Freud prevedeva che proprio questo sarebbe avvenuto se si fosse continuato a considerare la psicoanalisi nient'altro che una branca della pratica medica.

Si è talvolta pensato che la crociata di Freud in favore dell'analisi profana fosse dovuta al risentimento per il modo spregevole in cui era stato trattato per tanti anni dall'ambiente medico, ma a mio avviso c'è molto poco di vero in questo modo di pensare. Ciò che veramente lo influenzò fu il desiderio di una visione della psicoanalisi più vasta di quanto ci si potesse aspettare da parte dei soli medici, per quanto egli sarebbe stato più che amareggiato qualora i medici si fossero tenuti lontano dalla sua opera, sapendo, così come lo sapeva, che il punto di partenza della ricerca deve sempre essere l'analisi della gente che soffre.

Freud si rendeva inoltre conto che, sebbene gli analisti praticanti potessero fornire spunti e suggerimenti in questi diversi campi, gli unici validi contributi sarebbero potuti venire solo da esperti nei campi stessi, esperti che avessero anche acquisito una adeguata conoscenza della psicoanalisi attraverso una esperienza didattica ufficiale o «training». Una parte essenziale di questo training consiste nell'effettuare l'analisi di coloro che desiderano esservi sottoposti. Ci troviamo dunque di fronte al fatto essenziale intorno al quale ruotano tutti questi problemi, e cioè che finora non è stata scoperta nessuna motivazione (né sembra probabile che venga scoperta in futuro) che permetta di investigare gli strati più profondi della mente, al di fuori della motivazione della sofferenza personale. Questo fatto impressionante lega irrevocabilmente la psicologia e tutte le scienze che le fanno corona, alla psicopatologia. Perciò un antropologo, supponiamo, che sia desideroso di applicare le dottrine psicoanalitiche nel suo campo specifico dovrebbe prima di tutto, almeno per un certo tempo, diventare uno psicoterapeuta. Si potrebbe supporre che questa fosse una soluzione molto soddisfacente dell'intero problema, ma purtroppo l'esperienza lo ha inequivocabilmente smentito, perché infatti coloro che arrivano a studiare la psicoanalisi provenendo da altri campi, come l'educazione, l'antropologia o la letteratura, desiderano invariabilmente diventare analisti praticanti per il resto della loro vita, decisione che limita necessariamente la loro utilità nell'applicazione, ai loro originari campi di attività, delle conoscenze che hanno acquisito. Se lasciamo da parte qualunque eventuale motivo finanziario, due motivi giustificano una simile decisione : la maggiore attrazione che il nuovo campo esercita su di loro ed il riconoscimento che l'investigazione psicoanalitica degli strati profondi della mente non è qualcosa che si acquisisce una volta per tutte in una data fase dello studio, ma deve essere rinfrescata ed estesa in un continuo contatto con il materiale di osservazione, cioè con l'analisi di pazienti. Questa persona viene allora definita un analista «laico», o non medico.

Pur accettando, se necessario, la limitazione ora detta, Freud vedeva di buon occhio l'ingresso, nel campo terapeutico, di persone adatte provenienti da altre esperienze al di fuori di quella medica, e proclamava che secondo lui era indifferente che gli aspiranti al training psicoanalitico fossero in possesso di un titolo medico o meno. Egli riteneva anzi che non solo quello medico, ma nessun altro titolo accademico dovesse essere necessario, come invece Jung aveva sostenuto in precedenza,1 e, se il suo avviso veniva richiesto, egli consigliava addirittura a questi candidati di non impiegare anni di studio per ottenere una qualifica accademica, ma di accedere subito al lavoro psicoanalitico.

Egli concepiva per il novizio in psicoanalisi una educazione preliminare più larga e migliore: avrebbe dovuto esservi uno speciale istituto, nel quale si sarebbero impartite nozioni di anatomia, fisiologia e patologia, biologia, embriologia ed evoluzione, mitologia e psicologia delle religioni ed infine letteratura classica.

Freud era fuori dal clamore del mondo esterno, e poteva permettersi di guardare lontano e di evocare visioni di un avvenire estremo, ma quelli di noi che occupavano posizioni più modeste erano obbligati a guardare molto vicino ed a fronteggiare le esigenze immediate. Egli aveva dipinto un quadro seducente, e senza dubbio grandioso, di una professione assolutamente indipendente, e voleva inaugurarla spalancandone le porte agli analisti laici provenienti dalle origini più diverse, eppure, per quanto potessimo essere affascinati dalla sua visione, noi dovevamo tener conto di una serie di considerazioni che pretendevano la precedenza. Tanto per cominciare, Freud insisteva con fermezza e a buon diritto che i suoi analisti laici non sarebbero stati in realtà completamente indipendenti. Non avendo dimestichezza con tutte le materie che contribuiscono alla diagnosi in medicina, essi erano incompetenti a stabilire quali pazienti sarebbero stati adatti al trattamento, e Freud poneva come invariabile la regola che nessun analista laico potesse svolgere consultazioni : la prima persona ad esaminare un paziente doveva essere un medico, che in un secondo tempo avrebbe indirizzato il malato all'analista. Questo implicava ovviamente la cooperazione con la professione medica, e sollevava il problema del limite e delle condizioni in cui essa avrebbe dovuto rientrare. Vi erano paesi come l'Austria, la Francia e alcuni degli Stati Uniti, nei quali la legge proibiva che l'attività terapeutica di qualunque genere fosse esercitata da chi era sprovvisto di un titolo medico. In altri, ancora più numerosi, era proibito per legge ai membri della classe medica di collaborare con praticanti non medici. È vero che la psicoanalisi poteva aspirare ad essere considerata sostanzialmente diversa da altre forme di terapia non medica, ma fino a che punto sarebbe stato possibile appoggiare tale aspirazione?

E poi se si fosse detto agli aspiranti studiosi di psicoanalisi che lo studio della medicina era inutile, non sarebbe esso forse diventato tale con il tempo? Quanti di loro si sarebbero adattati a sprecare anni di fatica e spese in una direzione inutile? Ciò avrebbe potuto portare ad una maggioranza di analisti non medici : in tal caso si sarebbe potuto prevedere che la pratica della psicoanalisi sarebbe stata distaccata sempre più dalla medicina, a suo grande detrimento, sia pratico che teorico. Inoltre le probabilità di vederla un giorno riconosciuta come una branca autonoma della scienza si sarebbero ridotte al minimo. La psichiatria nel suo significato più vasto, cioè come aspetto psicologico della medicina, è certamente il migliore anello di congiunzione della psicoanalisi alle altre branche della scienza, ed è più accessibile della pura psicologia accademica.

Su questo sfondo possiamo ora ricostruire la storia degli eventi connessi a questo argomento e verificatisi finché Freud fu vivo.

Per quanto mi consta, gli unici analisti non medici che esercitarono prima della grande guerra furono Hermine Hug-Hellmuth a Vienna e il rev. Oskar Pfister a Zurigo. Ci furono però anche fin dall'inizio membri non medici della Società viennese che non praticarono, come Max Graf e Hugo Heller, ed altri, come il barone Alfred von Winterstein, che cominciarono a farlo solo alla fine della guerra. La Hug-Hellmuth svolse analisi pedagogiche e raccolse molte utili osservazioni analitiche nei bambini. Essa viene ricordata anche per aver escogitato la tecnica del gioco per l'analisi infantile, che Melanie Klein avrebbe sfruttato tanto brillantemente dopo la guerra. Tra parentesi, sebbene spesso lo si dimentichi, Freud stesso aveva fornito un largo spunto a questa possibilità fin dal 1904. Le analisi di Pfister si limitavano agli adolescenti turbati da conflitti morali, ed egli soleva associare ai suoi procedimenti analitici anche consigli etici ed esortazioni religiose. Verso la fine della guerra Melanie Klein iniziò la sua famosa carriera coadiuvando Ferenczi nel trattamento analitico dei bambini, presso la di lui clinica a Budapest.

Verso la fine del 1919 Bernfeld propose di organizzare un'associazione di persone non mediche interessate alla psicoanalisi, destinata ad essere affiliata alla Società Psicoanalitica di Vienna. Freud era così favorevole al progetto che decise di devolvere in suo favore la somma di 11.000 corone (2.200 dollari) che aveva appena ricevuto dal fondo di von Freund.5 Normalmente la somma sarebbe stata destinata al Verlag, la fondazione di von Freund che stava tanto a cuore a Freud, ed il fatto che egli fosse pronto a dare la preferenza al provvedimento in favore degli analisti non medici dà la misura dell'importanza che egli attribuiva a tale movimento. Per qualche ragione, però, l'intero progetto fu abbandonato. Sei anni dopo Ferenczi lo riesumò e informò Freud che intendeva invitare il prossimo Congresso Internazionale (Homburg, 1925) ad istituire, sotto i propri auspici, una sezione che si sarebbe dovuta chiamare «Amici della psicoanalisi». Freud avrebbe appoggiato anche quest'idea, ma quando la proposta fu discussa, prima del Congresso, in una riunione preliminare del «Comitato», la respingemmo all'unanimità, e perciò non fu portata avanti.6 Certamente essa non sarebbe stata approvata dal Congresso.

Nei primi due anni dopo la guerra una serie di analisti non medici cominciò a praticare a Vienna, dove Winterstein aveva già cominciato nel 1914. Otto Rank fu probabilmente il primo, sebbene mi dicesse, quasi per scusarsi, che analizzava solo bambini. A quel tempo, infatti, prevaleva l'illusione che le analisi infantili fossero più facili di quelle degli adulti. Fu per la stessa ragione che nel 1929, quando la Società di New York permise temporaneamente ai non medici di praticare analisi, limitò la sua concessione alle sole analisi infantili, e nel 1938 questa era anche l'opinione ufficiale della Società ungherese. Rank fu seguito da Bernfeld e da Reik e, nel 1923, da Anna Freud, poi si aggiunsero Aichhorn, Kris, Wàlder e altri. Verso la stessa epoca parecchi cominciarono a lavorare anche a Londra, come J. C. Flugel, Barbara Low, Joan Rivière, Ella Sharpe e, dopo poco, James e Alix Strachey.

La maggior parte di coloro che andavano a Vienna per essere analizzati erano americani, e molti di loro, al ritorno in America, si misero al lavoro come analisti non medici. Cominciò così una lotta tra analisti americani ed europei che covò per molti anni e fu finalmente risolta solo dopo l'ultima guerra. Nel pericolante Stato austriaco di quell'epoca, dove le più urgenti necessità della vita potevano essere soddisfatte a fatica, non sorprende che le considerazioni finanziarie avessero spinto pochi analisti, sia medici che non medici, ad allentare i criteri che di solito si ritengono validi nel lavoro professionale. Mi ricordo, per esempio, che avendo chiesto a Rank come avesse potuto rimandare in America come analista praticante una persona che era stata in analisi con lui solo sei settimane scarse, mi sentii rispondere con un'alzata di spalle : «Si deve pur vivere.» Bisogna anche pensare che a quell'epoca il training era del tutto personale e non ufficiale, come in seguito avvenne.

Nel 1925 Brill scrisse un articolo per un giornale di New York esprimendo la sua disapprovazione per l'analisi profana, e in autunno annunciò alla Società Psicoanalitica di New York la sua decisione di rompere i rapporti con Freud se l'atteggiamento viennese nei confronti degli Americani fosse continuato.

Nella primavera del 1926 un paziente di Theodor Reik intentò un'azione legale verso di lui a causa di un trattamento nocivo, e si appellò alla legge austriaca contro la ciarlataneria. Fortunatamente per Reik, fu dimostrato che il paziente era uno squilibrato le cui prove non erano degne di fede, e questo, insieme all'intervento personale di Freud presso un alto funzionario, risolse la faccenda in favore di Reik. Fu però il pretesto perché Freud scrivesse rapidamente in luglio un libretto dal titolo La questione dell'analisi profana? che aveva la forma di un dialogo tra l'autore ed un interlocutore prevenuto, ricalcato sul funzionario sopra menzionato. La parte maggiore del libro è una brillante esposizione, rivolta ad un profano, di ciò che l'analisi è e fa, ed è uno dei migliori esempi di quell'arte della volgarizzazione nella quale Freud eccelse sempre. Segue quindi una persuasiva difesa - senza dubbio la più persuasiva che sia stata mai fatta - di un atteggiamento liberale verso l'analisi profana. Alcuni degli argomenti addotti sono stati già esaminati nelle righe che precedono. Il giudizio che Freud, poco abituato a lodare i propri scritti, dette del suo libro, fu il seguente : «Roba superficiale con qualche cattiveria che, a causa del mio attuale cattivo umore, è piuttosto pungente.» Il cattivo umore in questione derivava dal fatto che stava soffrendo più del solito per la sua protesi dentaria, che quasi gli impediva di parlare. Scrisse ad Eitingon del modo in cui i giornali di Vienna stavano sfruttando l'affare di Reik, e aggiunse :

«Il movimento contro l'analisi profana sembra essere soltanto una reviviscenza delle vecchie resistenze all'analisi in generale. Purtroppo molti dei nostri membri sono miopi, o addirittura totalmente accecati dal loro interesse professionale, che vi si associano. Io considero l'intero movimento come un'espressione di fastidio per il benevolo interesse che il mio settantesimo compleanno ha destato nel mondo, e perciò me ne sento in parte responsabile.»

Tra parentesi, il caso di Reik non fu l'ultimo del genere, perché un procedimento analogo fu intentato a Parigi contro la signora Williams nel 1951. Stavolta però, in maniera tipicamente francese, il giudice osservò che una bella imputata era una scelta infelice per un processo del genere, e, forse in parte per questo motivo, essa vinse la causa. Mentre scrivo queste righe (1955) apprendo che il dottor Werner Kemper e sua moglie sono stati arrestati in Brasile per un'accusa analoga.

Quando scrissi a Freud circa la pubblicazione del suo libretto, gli dissi : «Sebbene Lei abbia taciuto poche cose, ha dato dell'intero problema una visione completamente diversa, di cui tutti dobbiamo sentire la grande importanza. La cosa che secondo me Lei ha messo fuori da ogni dubbio è che sarebbe una vera indegnità se il nostro movimento proibisse l'analisi profana. Ci saranno analisti non medici, anzi dovranno esserci, perché ne abbiamo bisogno. La necessità del training è naturalmente ovvia. La più vasta questione, e cioè fino a qual punto mireremmo a fare dell'analisi una professione indipendente, destinata a conservare solo certi legami con quella medica, è straordinariamente interessante, e credo che vi sia molto da dire in proposito. Con tutta probabilità, però, verrà risolta dal destino, e non da noi.» Freud mi rispose : «Ho molto gradito le Sue osservazioni sulla Laienanalyse, e mi fa piacere sapere che ho fatto almeno un po' d'impressione su di lei. Mi aspettavo che Lei avrebbe difeso la parte opposta del problema... Lei ha capito bene qual è la mia vera intenzione, ma io non vedevo l'opportunità di proclamarla al pubblico in questo momento. Sarà naturalmente il destino che finirà per decidere quali saranno i rapporti tra psicoanalisi e medicina, ma questo non vuol dire che noi non dovremmo tentare di influenzare il destino e cercare di dargli forma con i nostri sforzi.»

Nell'autunno di quell'anno, secondo Ferenczi su istigazione di Brill,12 il tribunale di New York annunciò l'illegalità dell'analisi profana e l'American Medical Association diffidò i suoi membri da ogni collaborazione con gli analisti non medici.

Prevedendo che l'argomento sarebbe stato uno dei principali motivi d'interesse del prossimo Congresso, in programma per il settembre 1927 ad Innsbruck, Eitingon ed io disponemmo una discussione preliminare, sotto forma di articoli da pubblicare sull'«International Journal» e sullo «Zeit-schrift», organi ufficiali dell'Associazione. Furono così pubblicati, sotto forma di simposio, ventotto di tali articoli, ivi compresi i due conclusivi di Freud e di Eitingon. La posizione geografica in cui mi trovavo mi permetteva di valutare i motivi delle due parti in lizza, e poi avevo il vantaggio di appartenere ad una Società che nella sua condotta si era dimostrata e si dimostra tuttora di gran lunga più tollerante di ogni altra nei riguardi dell'analisi profana. A quell'epoca circa il 40% dei nostri membri non erano medici. Tuttavia noi non adottammo mai l'abitudine di Freud di dissuadere i candidati dallo studio della medicina, e questo era sufficiente per fcrmi considerare da Freud un oppositore, proprio come se avessi recisamente negato l'analisi profana. A dire il vero Ferenczi fu l'unico che condivise la posizione estrema di Freud, ed anche il suo atteggiamento critico nei miei riguardi. Eitingon, che presiedeva l'Associazione, era nettamente più favorevole di me all'analisi medica e, come Freud ebbe a lamentarsi più di una volta, «tiepido» nei confronti dell'analisi profana. In compenso era più malleabile di me, e si poteva contare quasi sempre che avrebbe finito per agire in conformità con i desideri di Freud.

Io avevo suggerito che il problema venisse esaminato in via preliminare dalle varie Società affiliate, nella speranza di raggiungere qualche soluzione che avesse potuto evitare al Congresso argomenti spiacevoli e confusi, ma a Freud l'idea non piacque affatto. «Un sondaggio come quello proposto da Jones» scrisse ad Eitingon «mi ripugna in partenza. Preferirei che l'Associazione nel suo insieme assumesse come punto di partenza quello da me suggerito, ma questo non si otterrà certamente. Rischiamo di spezzare la nostra intesa se ci atterremo alle nostre richieste. Ed allora che fare?... Se lasciamo semplicemente alle Società affiliate l'autonomia, cioè il diritto di fare quello che vogliono, questo eviterebbe per ora ogni scissione, ma annullerebbe il diritto di cui abbiamo prima goduto, cioè quello di emigrare dovunque volessimo, in quanto un socio viennese non medico perderebbe il diritto di partecipare a riunioni scientifiche, per esempio, in America o in Olanda. Una decisione univoca richiede una autorità di cui non disponia-

mo. Forse qualche mossa diplomatica, anche se il sistema non mi è simpatico, sarebbe l'espediente migliore, nel senso che eviterebbe ogni decisione impegnativa e ci soddisferebbe con una generica affermazione di principio in favore dell'analisi profana.» Il gruppo non medico di Ferenczi in America voleva entrare nell'Associazione Internazionale, e per Freud questo era un banco di prova. Eitingon, però, era restio ad ammetterlo, ed infatti non lo fece. Freud gli sottopose per l'approvazione il supplemento al libretto che aveva appena scritto, e gli disse di eliminare qualche frase pungente all'indirizzo degli americani, qualora l'avesse trovata impolitica o controproducente, perché avrebbe potuto rappresentare il pretesto per una scissione. Quando in estate m'incontrai con Eitingon all'Aja egli mi mostrò il lavoro, ed insieme decidemmo che sarebbe stato più prudente, nel pubblicarlo, ométtere tre frasi, come infatti si fece. Pochi mesi dopo Freud mi rimproverò di averne difeso la stampa allo scopo di rendere più animosi i rapporti con gli americani, ma un simile travisamento delle mie intenzioni concilianti non provava altro che Freud mi sospettava contrario all'analisi profana. Egli non riuscì mai a comprendere le posizioni intermedie, com'era e com'è tuttora la mia.

Nel maggio di quell'anno la Società di New York emise una dichiarazione che metteva fuori legge gli analisti non medici, passo avventato che non preparò l'atmosfera più adatta alla prossima discussione generale. Io scrissi a Brill chiedendogli energicamente di fare qualcosa in extremis per attenuare la cattiva impressione che la dichiarazione aveva prodotto in Europa, ma era troppo tardi.

A conclusione del simposio Eitingon formulò una risoluzione da sottoporsi al prossimo Congresso. Ferenczi, al ritorno dall'America, andò a trovarlo a Berlino, ed ebbero una accesa discussione. Furono fatte da ambo le parti concessioni che, come al solito, non soddisfecero nessuno dei due. Freud era rimasto talmente contrariato dall'accoglienza negativa che era stata riservata al suo appello dell'anno precedente, che cercò, sia pure per breve tempo, di disinteressarsi dell'intero problema, e non lesse nemmeno la risoluzione conclusiva di Eitingon.

Nella riunione preliminare della Commissione Internazionale di Training, la risoluzione di Eitingon, che riteneva auspicabile l'acquisizione di un titolo medico da parte dei candidati, fu accettata, ma ne fu aggiunta un'altra nella quale si consigliava che il paese di origine fosse avvertito quando un candidato da esso proveniente veniva ammesso al training al-

l'estero. Erano proprio questi candidati «stranieri», come venivano definiti, i responsabili dell'attrito tra Vienna e New York, per cui alla seduta amministrativa del Congresso io proposi che in tali casi i comitati di training dei due paesi di volta in volta interessati dovessero innanzi tutto giungere ad un accordo sull'ammissibilità dei singoli candidati. Questo provocò subito una discussione infuocata, e molte voci si alzarono in una volta. Quando in fine venne adottata la proposta di Rado, secondo la quale la Commissione Internazionale di Training aveva la facoltà di imporre giudizi definitivi, si levò un nugolo di proteste da parte della minoranza e cioè degli Americani, Inglesi ed Olandesi, che avevano tutti votato contro la proposta. Nella successiva discussione ebbi modo di osservare che, come ci aveva insegnato la storia del mio paese, la forza non è il modo migliore di trattare con gli Americani. Più tardi Ferenczi riferì a Freud questa mia cautela come una minaccia, da parte mia, di provocare il distacco dei gruppi americani, anche se è difficile capire dove avrei potuto trovare il potere per fare una cosa simile. Ciò rafforzò comunque Freud nell'opinione che io fossi suo avversario nella faccenda. Nel corso della riunione, poi, le cose divennero nettamente spiacevoli quando, sopra il frastuono generale % sentì una voce femminile pronunciare queste parole : «Meme Herren, uh glaube wir thun ein Unrecht». Fu questo intervento di Anna Freud che salvò la situazione. Essa fece notare che stavamo legiferando sull'America mentre erano presenti tre soli Americani, e che una rappresentanza così modesta non ci metteva certo nelle migliori condizioni. Fu un momento storico nella controversia fra i due continenti che, per quella volta, valse a scongiurare la crisi.

In un recente libro di Geoffrey Gorer sulle caratteristiche degli americani l'autore, rinomato sociologo, ha indicato una delle principali tendenze di quel popolo nel rifiutare l'autorità, e più particolarmente l'autorità che proviene dall'Europa, come se provenisse da un genitore di nazionalità diversa della propria. Egli avrebbe trovato ampia conferma della sua tesi negli atti dell'Associazione Psicoanalitica Internazionale tra gli anni 1925 e 1929.

Nel 1928 ci fu un momento di tensione tra New York e Vienna a proposito di un analista non medico che era stato considerato «selvaggio», secondo il termine usato da Freud per definire coloro che pretendono di praticare la psicoanalisi senza preoccuparsi di apprenderne la tecnica. Costui era andato a Vienna e Freud lo aveva indirizzato all'Istituto di Psicoanalisi di quella città. Dopo un certo periodo di training se ne era tornato a New York ed aveva messo chiassose inserzioni sui giornali, nelle quali affermava che, avendo studiato con Freud, Adler e Jung, era particolarmente qualificato. Gli analisti di New York si indignarono per questo modo di fare, che secondo loro avrebbe gettato ulteriore discredito sul gruppo, già sufficientemente mal visto in quel momento, e protestarono presso i Viennesi per l'appoggio da questi prestato al signore in questione. Freud si limitò ad alzare le spalle, osservò che stavano esagerando le proporzioni dell'episodio, e aggiunse : «In ogni modo quel tizio sa più psicoanalisi di quanta ne sapesse prima di venire a Vienna.» Ferenczi si allineò con lui, mentre io ero più propenso a condividere il punto di vista degli Americani, tanto più che a Londra avevamo a che fare anche noi con «praticoni» dalla pessima reputazione.

Freud fu sempre poco sensibile a queste lagnanze che giungevano da oltreoceano, e secondo me la ragione era la seguente. Fórse in nessun paese del mondo come nell'Austria di prima della guerra la professione medica era stata tenuta in così alta considerazione : un titolo universitario di docente o  di professore era il biglietto d'ingresso per quasi ogni strato della società.

I Viennesi erano orgogliosi dei loro famosi medici e chirurghi che ricevevano studenti da ogni parte del mondo, e si compiacevano di onorarli intitolando strade con i loro nomi, oppure in altri modi. Freud non si rese mai conto che in altri Stati la condizione della professione medica poteva essere completamente diversa e immaginava, ad esempio, che i medici con titoli universitari fossero rispettati, all'estero, altrettanto che in Austria. Egli non sapeva quale dura battaglia essi avevano dovuto combattere cinquantanni prima in America, dove ogni genere di praticanti non qualificati godeva di una stima pari a quella dei medici, se talvolta non maggiore. Non avrebbe quindi mai ammesso che l'opposizione degli analisti americani all'analisi profana rappresentava in notevole misura una parte della lotta che le varie professioni colte stavano combattendo in America per assicurarsi il rispetto ed il riconoscimento che la seria preparazione e l'esperienza necessaria ad accumularla meritavano. È vero che la situazione era complicata dal fatto che gli analisti «selvaggi», cioè non qualificati, erano compresi esclusivamente fra i non medici, ma gli Americani sapevano che la condotta di quei colleghi medici che lasciavano a desiderare era almeno passibile di un controllo e di una supervisione maggiori di quanto si potesse fare con i non medici.

Nel gennaio dell'anno seguente il gruppo di analisti non medici che Ferenczi aveva organizzato durante il suo soggiorno a New York si dissolse spontaneamente, e per quell'anno (1928) non accadde null'altro di rilevante. In primavera Freud scrisse a Ferenczi : «Lo sviluppo interno della psicoanalisi sta andando dovunque in senso contrario alle mie intenzioni, in quanto essa si allontana dall'analisi profana per diventare una pura specialità medica, e secondo me questo è fatale per il suo futuro. Lei è l'unico di cui io possa dire con sicurezza che condivide senza riserve il mio punto di vista.» E, un mese dopo: «Ha ragione quando mi dice che Eitingon non sente questo problema : egli si sforza di conservare un atteggiamento amichevole, senza considerazione per Anna e per me. è stato qui, come sempre, per il mio compleanno, e ne ho approfittato per dipingergli l'oscuro avvenire cui andrà incontro l'analisi se non si riuscirà a crearle una posizione tutta per sé, distinta dalla medicina.» Con Eitingon egli descrisse molto adeguatamente la sua situazione come quella di «un comandante in capo senza un esercito».

Nel marzo 1929 Freud scrisse ad Eitingon : «Lehrman mi scrive da Parigi dicendomi che ha parlato con Jones, il quale sembra assolutamente deciso a proteggere l'America, il che non lascia molte speranze. Jones intende venirmi a trovare in giugno. Mi chiedo se non dovremmo proporgli di escludere l'argomento dal Congresso, e quindi, nel successivo intervallo, concordare una separazione amichevole con gli Americani. Non ho nessuna intenzione di mollare nella questione dell'analisi profana, e non ci sono mezzi per sanare la frattura.»

Alla metà d'aprile del 1929 il nuovo Comitato si riunì a Parigi per esaminare la situazione e preparare il successivo Congresso a Oxford. Freud incaricò Ferenczi ed Eitingon di proporre la realizzazione di una separazione amichevole fra le Società americane e quelle europee, ed aggiunse che, secondo lui, l'opposizione all'analisi profana era «l'ultima maschera assunta dalla resistenza alla psicoanalisi, e la più pericolosa di tutte».28 Alla riunione van Ophuijsen ed io ci opponemmo non solo a questa soluzione, ma anche a quella, più estrema, avanzata dagli altri tre membri del Comitato, secondo la quale le regole per l'ammissione dei candidati al training dovevano essere imposte uniformemente a tutti i paesi. A questo punto Freud minacciò di farmi sentire qualche discorso molto sincero quando lo sarei andato a trovare in giugno,29 però non ricordo di esser stato accolto, nella mia successiva visita, in modo meno amichevole del solito. La visita di Brill, che seguì di poco la mia, lo rassicurò maggiormente. Brill aveva radici quasi altrettanto forti in America che in Europa, e non gli riuscì mai facile metterle d'accordo. Nelle sue visite a Freud, al quale era molto attaccato, si convinceva di solito sinceramente che la riluttanza americana era deplorevole e che al suo ritorno avrebbe dovuto tentare di convincere i suoi colleghi, ma appena rimetteva piede a New York riassumeva subito la difesa del loro atteggiamento, che in realtà era anche suo. In quell'occasione egli era di umore particolarmente sereno, e promise a Freud di fare tutto quello che avrebbe potuto per diminuire l'attrito al prossimo Congresso. Erano diciotto anni che non andava ad un Congresso, quindi la sua presenza sarebbe stata certamente utilissima a smussare i contrasti.

In conformità con le istruzioni ricevute al Congresso di Innsbruck, Ei-tingon aveva nominato un Comitato per elaborare uno schema che potesse eventualmente essere riconosciuto dalle varie Società affiliate, ma in questo compito non procedette con molta diplomazia. Infatti si levarono critiche perché egli aveva scelto solo soci berlinesi - Karen Horney, Miiller-Braun-schweig e Rado -, e fu ancora peggio quando questo Comitato procedette ad inviare una circolare alle Società affiliate, consistente in un questionario. È vero che le risposte avrebbero avuto soltanto il significato di suggerimenti per la discussione, ma alcuni gruppi sopportavano così male di dover anticipare i loro argomenti che ignorarono la circolare. Al Congresso di Oxford, pertanto, questo Comitato dovette soltanto constatare il suo insuccesso, e ne fu quindi nominato un secondo, formato da undici membri provenienti da tutti i paesi e presieduto da me. Per quanto tale decisione fosse negativa, tutti ne sembrarono soddisfatti, ed Eitingon disse a Freud di essere sicuro che non avremmo avuto altre difficoltà con la questione dell'analisi profana.

Brill mantenne la sua promessa di fare del suo meglio per persuadere i suoi colleghi di New York a modificare la loro intransigenza, e in dicembre Freud apprese che la Società di New York aveva modificato il suo statuto in modo da rendere possibile l'ammissione di eventuali soci non medici. Egli ebbe anche il piacere di sentire da me che analisti non medici lavoravano con incarichi ufficiali nella Clinica di Londra.

Al Congresso di Wiesbaden, tre anni dopo, il secondo Comitato presentò una estesa relazione che fu applaudita ed accettata all'unanimità. Essa conteneva una clausola secondo la quale le regole per la selezione dei candidati,  ivi  compresi  quelli   non  medici,  dovevano essere  lasciate  alla  discrezione delle singole Società. Inoltre : «I membri del Comitato ritengono all'unanimità che prima di accettare candidati stranieri al training, si debba richiedere l'approvazione del Comitato di training del paese d'origine del candidato. L'armonia si potrà ottenere solo attenendosi a questa regola.» Il mio scopo di salvaguardare l'integrità dell'Associazione Internazionale era dunque raggiunto, ma a condizione di rimandare ad un incerto futuro la prestazione di quegli analisti che ancora si opponevano al training degli analisti non medici. La decisione lasciò naturalmente deluso Freud, che aveva sperato di vivere abbastanza per assistere alla loro conversione, ma sono sicuro che questa speranza sarebbe molto diminuita se le cose fossero arrivate al passo estremo della separazione.

Per concludere il racconto, riferirò un episodio relativo a questa questione, nel quale dovetti assumermi la parte del torto. Al Congresso di Lucerna del 1934 fu approvata una proposta di Eitingon, secondo la quale l'Esecutivo Centrale assumeva il diritto di nominare «direttamente» membri dell'Associazione Internazionale coloro che fossero stati costretti a lasciare il proprio paese e la propria Società per motivi politici. In quel tempo questo interessava soltanto gli ex membri della Società tedesca. Senza tale nomina essi non avrebbero avuto il diritto di iscriversi agli organi ufficiali e di partecipare alle riunioni scientifiche di alcun'altra Società, per non parlare dell'isolamento morale di non poter avere contatti con i propri colleghi. Con un certo rincrescimento io mi sentii in dovere d^ servirmi di questa regola per concedere la nomina (sulla falsariga del «passaporto Nansen», che la Società delle Nazioni stava proprio allora concedendo ai rifugiati che erano rimasti senza passaporto e quindi apolidi) ad un certo numero di analisti che stavano emigrando in America, ivi compresi alcuni analisti non medici. Questo venne interpretato come una interferenza straniera nelle istituzioni americane, ed al successivo Congresso di Parigi, nel 1938, ci trovammo davanti un terribile documento che veniva dall'America. Esso rendeva noto che l'Associazione Psicoanalitica Americana, con tutte le società affiliate, avrebbe preso in considerazione l'affiliazione all'Associazione Internazionale a tre condizioni : che la Commissione Internazionale di Training, che secondo loro era una istituzione inutile che interferiva con gli affari interni americani, fosse soppressa; che «l'iscrizione fluttuante» fosse ritirata agli analisti residenti in America che l'avevano ottenuta; infine che l'Associazione Internazionale si riunisse solo a scopo scientifico e fosse privata di tutte le sue funzioni amministrative. Poiché gli Americani avevano nominato un apposito comitato per discutere con noi questi argomenti e attenuare così l'aspetto di un ultimatum, decidemmo di accettare la discussione. Fa piacere dire che l'attività di questo comitato si rese superflua dato che lo scoppio di una seconda guerra mondiale modificò la situazione. Alla fine della guerra sul continente "europeo non restava più molto del movimento psicoanalitic'o e gli americani, che rappresentavano ora la larga maggioranza degli analisti di tutto il mondo, avevano non solo deposto la loro diffidenza verso l'Associazione Internazionale, ma anzi cordialmente cooperato con essa così bene come non era mai stato possibile fino a quel momento. Perciò la nostra unità fu salvata una volta di più, anche se di nuovo a condizione di rimandare il problema, ancora insoluto, dello stato degli analisti non medici.

Negli ultimi anni prima del 1940 circolò insistentemente negli Stati Uniti la voce - chissà perché attribuita agli analisti europei immigrati -che Freud avesse radicalmente cambiato le idee espresse in modo così reciso, sul suo libro sull'analisi profana, e che secondo lui ora la pratica della psicoanalisi dovesse essere, in tutti i paesi, di stretta spettanza dei soli medici. Ecco la sua risposta34 a chi gli chiese cosa ci fosse di vero in questa diceria.

5   luglio   1938 Caro Mr. Schnier,

non riesco a capire come possa essersi originata questa strana voce circa un mio cambiamento di opinioni sul problema dell'analisi profana. La verità è che io non ho mai cambiato idea, e che anzi sono più convinto che mai, contro la evidente tendenza americana a trasformare la psicoanalisi in un semplice valletto della psichiatria.

Sinceramente suo Sigm. Freud